Sull’interpretazione “ai danni di” nel reato di sfruttamento della prostituzione aggravato

#2021_UN_ANNO_DI_SENTENZE

di seguito uno stralcio della pronuncia

(a cura di Giulio Baffa)

(Cass. Pen., Sez. III, 25 gennaio 2021, n. 2918)


“2. La L. 20 febbraio 1958, n. 75, art. 4, n. 5, (Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui), meglio nota come Legge Merlin, prevede il raddoppio della pena stabilita dall’art. 5, stessa legge, «5) se il fatto è commesso ai danni di persone aventi rapporti di servizio domestico o d'impiego».

Orbene, è incontestato che la ricorrente sfruttasse l’attività di prostituzione della p.o. e che quest’ultima fosse una dipendente dell’odierna ricorrente, in quanto impiegata come massaggiatrice nel centro massaggi gestito dalla ricorrente (….)”

“3. Ritiene (…) il Collegio, così condividendo l’approdo giuridico cui sono pervenuti i giudici di merito, che l’aggravante in oggetto è stata correttamente applicata, in quanto l’attività di sfruttamento della prostituzione è stata realizzata dalla ricorrente nei confronti (e quindi comunque «ai danni») di una sua dipendente, risultando del tutto irrilevante che quest’ultima non fosse stata costretta a prostituirsi e che avesse un interesse economico a svolgere quell’attività”.

“4. La L. n. 75 del 1958, art. 3, che sanziona l’attività di favoreggiamento, reclutamento, induzione e sfruttamento della prostituzione, e la L. n. 75 del 1958, art. 4, n. 5, che statuisce che la pena è raddoppiata se il fatto è commesso «ai danni» di una persona avente rapporto d’impiego con l’autore del reato (…), devono infatti essere interpretati tenendo conto della ratio della normativa penale che tutela la libertà di autodeterminazione sessualè della persona (per brevità, la c.d. libertà sessuale), che, come chiarito del resto recentemente dalla stessa Corte costituzionale (sentenza 7 giugno 2019, n. 141), pur rientrando nel catalogo dei diritti inviolabili evocati dall'art. 2 Cost., non consente di ritenere che la prostituzione volontaria partecipi della natura di diritto inviolabile, quale forma di estrinsecazione della libertà di autodeterminazione sessuale, in quanto l’offerta di prestazioni sessuali verso corrispettivo non rappresenta affatto uno strumento di tutela e di sviluppo della persona umana, ma costituisce una particolare forma di attività economica, essendo la sessualità dell'individuo, in questo caso, nient'altro che un mezzo per conseguire un profitto.

Del resto, l’interesse tutelato dalla norma penale non è costituito nè dalla pubblica morale nè dalla libertà morale di chi esercita il meretricio, ma piuttosto dalla dignità che, anche nello svolgimento dell’attività sessuale, è propria di ogni persona e per la cui salvaguardia non valgono nè possono valere ogni forma di contrattazione o di atti di disposizione i quali abbiano una rilevanza patrimoniale o siano comunque suscettibili di dar luogo a vantaggi patrimoniali in capo a chi ne approfitti (