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La giustizia oltre ogni ragionevole durata. L’ammonimento della CEDU - di Cristina Spizuoco






(A cura di Cristina Spizuoco)


Giustizia lumaca: espressione tipica utilizzata per identificare un sistema giudiziario caratterizzato dalla lentezza nella conclusione dei processi; espressione utilizzata per identificare il sistema di giustizia italiano.

Nel nostro paese la durata media di un processo civile è di 8 anni, quella di un processo amministrativo è di 5 anni e quella di un processo penale di 3 anni e 9 mesi.

I dati provengono dal Consiglio d’Europa che si occupa di tutela dei diritti umani, dello stato di diritto e della democrazia e che pubblica annualmente un rapporto sull’efficienza e la qualità dei sistemi giudiziari europei.

L’ultima edizione di questo rapporto è del 2018 e contiene i dati relativi al 2016.

Un processo civile in Italia che attraversi tutti e tre i gradi di giudizio dura in media 8 anni: 514 giorni per concludere il primo grado, quasi mille giorni per il secondo e ben 1.442 per l’ultimo.

Siamo il Paese con la durata dei processi civili maggiore dell’Unione Europea.

Poco cambia per la giustizia amministrativa nell’ambito della quale un processo che attraversi i due gradi di giudizio dura in media 5 anni: 925 giorni in primo grado e 986 nel secondo e ultimo grado.

Meglio, rispetto ai dati sconcertanti appena riportati, per la giustizia penale nell’ambito della quale un processo che attraversi tutti e tre i gradi di giudizio dura in media 3 anni e 9 mesi: 320 giorni in primo grado, 876 in secondo e 191 in Cassazione.

Anche in questo caso, siamo tra i peggiori dell’Unione Europea.

I tempi di risposta da sempre costituiscono il “punto debole” della giustizia italiana: con lo stallo imposto dall’emergenza sanitaria la situazione non poteva che peggiorare.

Durante il blocco la macchina giudiziaria si è fermata del tutto - tranne che per pochissime questioni - e anche la fase 2, che avrebbe dovuto consentire una ripresa, non ha recato significative e positive novità.

Troppa discrezionalità è stata lasciata in capo ai vari Uffici Giudiziari che, unitamente alla già preesistente inadeguatezza delle strutture giudiziarie, ha finito con l’azzerare qualsivoglia possibilità di effettiva e concreta ripresa.

Circa 300 tra protocolli e linee guida sono stati adottati dai singoli Uffici Giudiziari, ciascuno parametrato sulle specifiche capacità di gestione del carico giudiziario mediante l’uso del tanto agognato e temuto telematico.

Il risultato? La perdita di credibilità della macchina giudiziaria italiana agli occhi non solo dei cittadini ma, soprattutto, degli operatori del diritto.

L’Avvocatura deve fare i conti non solo con la crisi “orizzontale” dettata dall’emergenza sanitaria ma anche con l’alea che ruoto intorno all’effettiva e concreta ripresa della propria attività.

Processi destinati, già prima dell’emergenza sanitaria, a concludersi oltre ogni ragionevole durata, subiscono, oggi, rinvii oltre ogni ragionevole previsione.

Il caso della giustizia italiana è stato attenzionato anche dalla CEDU la quale nell’affermare che «Non basta l’emergenza Coronavirus per ritardare i tempi di un processo» ha intimato lo Stato Italiano a discutere al più presto una causa in tema di separazione di due coniugi coinvolgente il futuro di un minorenne, che era stata rinviata di ben 7 mesi.

Come affermato dall’OCF si tratta di «uno dei livelli più critici della storia repubblicana» al quale occorre, al più presto, porre rimedio con un sistema di riforme che elimini in primis la “gestione locale” del contenzioso in modo da rinvigorire non solo la funzione sociale dell’avvocato ma anche la credibilità del sistema di giustizia italiana.

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